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SFOGLIA L'ANTEPRIMA
✦Capitolo II
L’Ordine delle Ore
Sessant’anni prima — Vittoria, sei anni
Alla Quiete le giornate si aprivano sempre allo stesso modo.
Vittoria si svegliava prima che qualcuno venisse a chiamarla, perché la luce arrivava prima di tutti. Entrava dalla finestra della sua stanza e si posava sul pavimento in una forma allungata, che nel corso della mattina si accorciava.
Lei stava a letto a guardarla. Il gioco era aspettare che la macchia raggiungesse la gamba della sedia. Ci arrivava ogni mattina, e ogni mattina Vittoria non riusciva a vedere il momento esatto in cui la toccava.
Si alzava e scendeva a fare colazione. Al mattino si stava al piano di sotto: nessuno gliel’aveva mai spiegato. A lei non era mai venuto in mente di fare diversamente.
Le scale erano fredde sotto i piedi anche d’estate, come se il mogano non trattenesse mai il calore del giorno prima. Vittoria scendeva reggendosi alla balaustra. A metà rampa cominciava a sentire l’odore del pane che saliva dalla cucina.
A quell’ora la Quiete faceva i suoi rumori: il legno del primo piano che si assestava, una persiana che sbatteva adagio da qualche parte sul retro, l’acqua nelle tubature quando Rosa apriva un rubinetto.
In fondo alla scala c’era l’ingresso. Sul pavimento a scacchi c’erano i rettangoli di luce. Erano quattro, come sempre, e come sempre non si toccavano.
Rosa era già in cucina.
Era la ragazza che stava alla Quiete dall’anno in cui Vittoria era nata. Aveva ventidue anni, i capelli scuri raccolti stretti sulla nuca e le mani rosse fino al polso per l’acqua fredda. Portava sempre lo stesso grembiule e sotto vestiti scuri; camminava sui pavimenti della casa senza fare rumore.
«Buongiorno, signorina Vittoria,» disse Rosa senza voltarsi.
«Buongiorno.»
Rosa le mise davanti il pane e il latte.
La cucina era l’unica stanza bassa della casa, con il soffitto a volta e le pareti bianche; d’inverno era l’unica calda. Il resto della Quiete era alto e pieno di luce. Non si scaldava mai del tutto.
Vittoria mangiò guardando la schiena di Rosa piegata sul lavello.
«Rosa,» chiese Vittoria, «tu a che ora ti svegli?»
«Presto.»
«Prima di me?»
«Prima di tutti,» rispose Rosa e continuò a sciacquare i piatti.
Vittoria aprì la bocca per farle un’altra domanda. Rosa si voltò a metà, con le mani ancora nell’acqua; aspettò.
«Cosa c’è nella marmellata?» chiese Vittoria.
«More,» rispose Rosa e tornò al lavello.
Non era quella la domanda che voleva farle. C’era una cosa che Vittoria voleva chiederle da sempre. Ogni volta che arrivava il momento le pareva una domanda da bambina piccola. La rimandava al giorno dopo. La domanda era se Rosa dormisse.
Non le sembrava una cosa impossibile. Vittoria era scesa presto d’estate e d’inverno, con il buio e con la luce. In cucina c’era sempre stata Rosa, in piedi, con il grembiule già addosso. Una sera era rimasta sveglia per il mal di denti; attraversando l’ingresso aveva visto la riga di luce sotto la porta della cucina.
Aldo arrivò poco dopo, come arrivava sempre, senza rumore.
Suo fratello aveva quattro anni. Era piccolo per la sua età, con i capelli chiari che sua madre gli faceva tenere corti; camminava scalzo su qualunque pavimento senza lamentarsi mai del freddo. Rosa gli lasciava le pantofole accanto al letto la sera, ma lui non le indossava mai: camminava scalzo lo stesso. La mattina dopo erano sempre lì, ferme, esattamente come le aveva lasciate lei.
Si sedette accanto a Vittoria e non disse buongiorno a nessuno. Rosa gli mise davanti la sua tazza.
«Hai dormito?» gli chiese Vittoria.
«Sì.»
«Tutta la notte?»
«Sì,» rispose Aldo e bevve.
Vittoria non seppe perché lo avesse chiesto. Le era venuto in mente guardandolo. Appena lo ebbe chiesto la risposta non le interessò più.
Finita la colazione, andavano ad aspettare nell’ingresso. Si sedevano sull’ultimo gradino della scala, uno accanto all’altra, dentro il rettangolo di luce più vicino; stavano lì finché non sentivano i passi al piano di sopra.
Nessuno aveva deciso che si facesse così. Era successo una mattina; era diventato il modo in cui si aspettava. Aldo in quei minuti non parlava mai: guardava dritto davanti a sé. Vittoria aveva imparato presto a non chiedergli a cosa pensasse.
La madre scese alle nove.
Elena Falconieri aveva ventisei anni ed era già vestita per uscire, con il cappotto sul braccio e i guanti in mano. Il giovedì, soltanto il giovedì, portava un anello con una pietra chiara che il resto della settimana teneva chiuso in un cassetto.
«Vado in città,» disse Elena.
«Sì, signora,» rispose Rosa.
Elena si fermò nell’ingresso, ai piedi delle scale. Da lì guardò i due bambini seduti sull’ultimo gradino, disse a Vittoria di fare la brava e ad Aldo di non camminare scalzo; restò ancora un momento senza aggiungere niente.
Era così che salutava. Restava dove si trovava, con un tavolo o una porta o un tratto di pavimento in mezzo. Non si chinava mai all’altezza dei figli. Quando li toccava, li toccava sulla testa, con la punta delle dita e per il tempo di un secondo.
A Vittoria quel saluto bastava. Era il modo di sua madre. Le sembrava giusto così.
Elena uscì. Sentirono il motore accendersi, poi la ghiaia sotto le ruote, poi più niente.
La casa cambiava quando lei non c’era. Diventava più grande: i rumori si allungavano. I passi arrivavano da più lontano.
All’una si mangiava.
La sala da pranzo era quadrata e alta. Aveva due finestre, una a ovest e una a nord; sulla parete di fondo poggiava una credenza scura. Il tavolo era fatto per molte più persone di quante ne avesse mai avute intorno.
Si mangiava anche quando la madre non c’era, in sala da pranzo e non in cucina, con la tovaglia buona. La sedia di Elena in fondo al tavolo restava vuota e il suo posto apparecchiato lo stesso: il tovagliolo piegato, le posate allineate, il bicchiere pulito. Rosa apparecchiava comunque, in silenzio. Vittoria mangiava guardando quel bicchiere.
A un certo punto del pasto la luce arrivava più intensa dalla finestra, attraversando il cristallo vuoto del bicchiere. Sulla tovaglia si formava una macchia di luce storta.
Aldo mangiava piano e finiva sempre per ultimo.
Dopo pranzo videro Rosa entrare nel salone, che era la stanza dove non stava mai nessuno. Tutto l’arredo era coperto da teli di cotone: c’erano le poltrone con la stoffa chiara, un tavolino, il tappeto grande, il camino che si accendeva solo a Natale e, per ultimo, il mobile con le fotografie.
Erano quattro, tutte del padre, in cornici d’argento, sul ripiano più alto. In una era giovane e stava in piedi davanti alla casa. In una portava un cappello. In una si vedeva soltanto di profilo, mentre guardava qualcosa fuori dall’inquadratura. Nell’ultima non si capiva bene, perché la luce del fondo era troppo forte e la faccia veniva scura.
Vittoria si fermava sempre davanti a quella, perché era l’unica in cui non si vedeva com’era fatto.
Suo padre si chiamava Corrado ed era morto quando lei aveva tre anni. Di lui Vittoria ricordava una cosa sola. Non era sicura di ricordarla davvero: il rumore di una sedia spostata in un’altra stanza. La certezza di sapere chi l’aveva spostata. Aldo non poteva ricordare niente, perché quando era successo aveva un anno. Delle quattro fotografie non ne guardava mai nessuna: passava davanti al mobile come se fosse vuoto.
«Rosa,» chiese Vittoria, «questo qui è mio padre?»
Rosa si diresse verso le finestre. Vittoria la guardò in attesa di risposta.
«Sì,» rispose Rosa.
«E qui perché non si vede la faccia?»
«C’era il sole dietro,» affermò Rosa. «Vieni via, che devo chiudere le persiane.»
Nella casa nessuno parlava del padre per primo. Se qualcuno lo nominava, riceveva una risposta breve ma vera.
Il pomeriggio Elena saliva di sopra. I bambini stavano al piano terra fino alle quattro.
Nessuno aveva mai detto ad alta voce che dovesse andare così, nessuno l’aveva mai spiegato ai bambini, nessuno aveva mai dovuto farlo rispettare.
Il giovedì la madre non c’era, il primo piano era vuoto; loro restavano di sotto lo stesso.
Sopra il primo piano ce n’era un altro. Vittoria lo sapeva perché si vedeva da fuori, dal viale: una fila di ampie finestre e sopra quelle, più piccole e più basse, un’altra fila. L’unico accesso era la torretta a chiocciola dell’angolo sud-est, quella di servizio, subito accanto alla prima camera del corridoio sud. Non ci saliva mai nessuno all’infuori di Rosa. Le altre tre torrette d’angolo erano chiuse dentro le stanze — quella di Vittoria, quella di Elena, quella degli ospiti — e non si aprivano mai.
Vittoria l’aveva vista qualche volta salirle con le braccia cariche di lenzuola. Un giorno si era seduta sulla rampa centrale della scalinata, prima dei cinque gradini che portavano al corridoio sud, da dove si scorgeva l’imbocco della torretta.
Aveva guardato Rosa infilarsi nella chiocciola con le lenzuola tra le braccia, i gradini a spirale girare e sparire uno dopo l’altro, verso una luce che scendeva da un punto non visibile. Non aveva sentito passi per un tempo che non seppe misurare. Rosa era rimasta di sopra a lungo. Quando era ridiscesa aveva le braccia vuote e la faccia di sempre.
Vittoria non le aveva mai chiesto cosa ci fosse, di sopra. Aveva capito da sola che era il tipo di domanda che si fa una volta sola. Non aveva ancora deciso quando spenderla.
Al primo piano c’era una stanza che restava sempre aperta, nel corridoio sud, verso l’angolo. La porta stava accostata ma mai chiusa. Dentro c’era un letto fatto, con le lenzuola tirate e un asciugamano piegato ai piedi. Rosa la puliva ogni settimana e ci apriva la finestra.
Era la stanza destinata ad ospiti quasi del tutto invisibili. A parte qualche eccezione, rimaneva perennemente vuota, ma Rosa continuava a prepararla come se l’arrivo di qualcuno fosse una promessa di ogni giorno.
Quel pomeriggio giocarono nel corridoio del primo piano, perché il pavimento era liscio e ci si poteva scivolare con i calzini.
Il corridoio correva cieco sul lato interno della casa, con le porte delle camere dal lato opposto; finiva nel salottino, dove i due bracci si ricongiungevano. Lì c’era lo specchio.
Era stretto e alto poco più di una persona, con la cornice dorata; stava appeso di fronte alla finestra del salottino, senza un mobile sotto. Vittoria ci era passata davanti tutti i giorni della sua vita e non ci aveva mai pensato, come non si pensa a una finestra.
Aldo prese la rincorsa, scivolò fino al salottino e tornò indietro camminando. Vittoria partì dopo di lui, si fermò davanti allo specchio e restò lì.
Non stava guardando. Era ferma davanti al vetro con le braccia lungo i fianchi. Dentro c’era una bambina di sei anni con il grembiule storto, il salottino dietro di lei e in fondo la luce che veniva dalla finestra.
«Signorina,» disse Rosa dall’angolo del corridoio.
Vittoria si voltò. Rosa era all’inizio del corridoio, con una pila di lenzuola tra le braccia. Non sapeva da quanto tempo Rosa fosse lì. La cosa non la spaventò. Le venne caldo alle orecchie, con il rossore rapido di chi si sente in colpa senza sapere perché.
Aldo era seduto per terra a metà del corridoio e la guardava.
«Andate in giardino,» disse Rosa. «Sono le cinque.»
In giardino si stava dalle cinque alle sette.
Il giardino della Quiete era vasto e non finiva mai davvero. Dopo il prato c’era una fila di alberi. Dietro cominciava la campagna. Da nessuna parte c’era un muro o una rete che dicesse dove finiva la proprietà. In mezzo al prato c’era il cedro, enorme e vecchio, con i rami bassi che arrivavano a toccare l’erba.
Oltre il cedro non si andava.
Anche questa era una regola mai detta. Vittoria la sapeva come sapeva che il pane si mangia e i vetri no; quando Aldo correva in quella direzione lo richiamava senza doverci pensare.
«Aldo,» disse Vittoria. «Non oltre il cedro.»
«Lo so,» rispose Aldo e girò.
Da lì si vedeva la torretta, staccata dalla casa, di pietra come il resto, con il tetto a punta e una finestra sola in cima. Vittoria era convinta che dentro ci fossero delle scale e che qualcuno ci avesse abitato, perché una finestra vuol dire una stanza e una stanza vuol dire qualcuno. Non lo aveva mai chiesto a nessuno. Le piaceva pensarlo.
Mentre attraversavano il prato Aldo le si mise accanto.
«Perché ti fermi?» chiese Aldo.
«Stavo giocando.»
«No. Stavi ferma e tanto.»
Vittoria non rispose. Non le andava di dire che non se n’era accorta.
Raggiunsero il cedro a passo svelto. Aldo toccò per primo la corteccia ruvida con il palmo e decise di giocare alle statue, che era il suo gioco preferito. Le regole erano semplici: uno stava girato con la faccia al tronco e contava ad alta voce, l’altro si avvicinava alle sue spalle. Quando quello che contava si voltava l’altro doveva essere fermo.
Vittoria contò per prima. Contò fino a dieci con la fronte contro la corteccia, si voltò. Aldo era immobile in equilibrio su un piede, molto più vicino di quanto avrebbe dovuto essere.
Contò una seconda volta. Quando si voltò, Aldo era di nuovo fermo; era arrivato più avanti di quanto fosse possibile in quel numero di passi.
«Hai corso,» disse Vittoria.
«No.»
«E allora come fai?»
«Lo so quando ti giri,» rispose Aldo.
Lo disse come si dice una cosa ovvia, senza vantarsi, con le braccia ancora aperte per l’equilibrio e la faccia seria. Poi toccò a lui contare, Vittoria si avvicinò come poteva, misurando i passi. Ogni volta che lui si voltava lei era ancora lontana.
Il sole intanto si era abbassato. L’ombra del cedro si era allungata fino quasi a toccare la casa.
Alle sette Rosa uscì sulla porta e li chiamò dentro senza alzare la voce. Erano in fondo al prato. La sentirono lo stesso.
Alle sette e mezza sua madre scese per la cena.
Elena era rientrata dalla città nel pomeriggio. Nessuno l’aveva sentita arrivare. Scese vestita, come scendeva tutte le sere, con i capelli rifatti e le scarpe buone; si sedette in fondo al tavolo, dove c’era il suo posto.
«Buonasera,» disse Elena.
«Buonasera,» risposero i due bambini insieme.
Rosa servì una minestra chiara, poi il pollo del giovedì, che si mangiava solo quel giorno perché solo quel giorno Elena rientrava dalla città. La cena era la parte della giornata in cui si parlava di meno; Vittoria ci era abituata al punto da trovarla riposante. Si sentivano le posate, i bicchieri e ogni tanto una sedia.
«Com’è andata in città?» chiese Vittoria.
Sua madre finì di masticare prima di rispondere.
«Bene,» disse Elena. «Mangia.»
Vittoria mangiò. Non le venne in mente di chiedere altro: in quella casa una domanda aveva una risposta, e la risposta era arrivata.
Dopo cena si stava nella libreria fino alle nove.
Elena leggeva sulla poltrona vicino alla lampada. I bambini stavano sul tappeto con quello che avevano. Nessuno chiedeva silenzio, e c’era silenzio.
Vittoria era seduta con le gambe incrociate sul tappeto, ma non stava guardando niente in particolare. Poi distolse lo sguardo dal pavimento e guardò sua madre. Elena leggeva con le gambe accostate e la schiena dritta; ogni tanto si fermava con lo sguardo sulla pagina, senza girarla. In quei momenti la faccia le diventava liscia, senza espressione, come quella di una persona che dorme a occhi aperti.
Girava la pagina e tornava normale.
Aldo non faceva niente. Restava sul tappeto con le gambe incrociate e rigirava tra le dita qualunque cosa avesse raccolto in giardino quel giorno, un sasso o un pezzo di corteccia, senza mai abbassare gli occhi. Guardava la stanza, tutta, un pezzo alla volta, partendo dall’angolo più alto del soffitto e spostando lo sguardo con una lentezza fissa, seguendo una linea da una parete all’altra fino alla cornice della finestra.
Una volta Vittoria gli aveva chiesto cosa guardasse. «Niente,» aveva risposto Aldo, continuando a muovere gli occhi lungo il muro.
Le ore della sera passarono così, immobili e senza che nessuno dicesse una sola parola, mentre la mano di Elena continuava a voltare le pagine a intervalli regolari.
Alle nove Elena chiuse il libro; fu quello il segnale, come tutte le sere.
«A letto,» disse Elena.
Aldo si alzò per primo. Passando davanti alla poltrona, sua madre gli sfiorò la testa con la punta delle dita e non lo trattenne. Vittoria passò dopo di lui e ricevette lo stesso tocco, nello stesso punto, per lo stesso tempo.
Fu Rosa a portarli di sopra.
Mise a letto Aldo per primo, poi accompagnò Vittoria nella sua stanza, tirò il lenzuolo e sistemò la coperta ai piedi. Mentre lo faceva non parlò.
Vittoria si infilò sotto le coperte guardando il soffitto. La stanza aveva l’odore che aveva sempre, di lenzuola pulite e stirate.
Rosa si fermò accanto al letto prima di andarsene.
«Signorina Vittoria,» disse Rosa.
«Sì.»
«Se sente qualcosa, la notte, mi chiami.»
Vittoria si voltò a guardarla. Rosa era in piedi con le mani intrecciate all’altezza del grembo. La luce del corridoio le arrivava di lato e le lasciava metà faccia al buio.
«E se dormi?» chiese Vittoria.
«Non dormo,» rispose Rosa.
Le rimboccò il lenzuolo, spense la lampada e poco dopo essere uscita, accostò la porta lasciando la fessura di sempre.
Vittoria si svegliò nel mezzo della notte. Non sapeva perché.
Non c’era stato un rumore. Ne era sicura come si è sicuri di una cosa a sei anni. La stanza era buia, la porta era ancora accostata. Dal corridoio non veniva niente.
La metà del viso sprofondata nel cuscino conservava il calore del sonno. La metà scoperta, rivolta verso la camera, avrebbe dovuto prendere il freddo della notte. Invece avvertiva un tepore pesante. Era la pressione termica, esatta e invisibile, di qualcuno chinato a un millimetro dalla sua pelle senza sfiorarla.
Era una vicinanza che conosceva bene. Le succedeva con Aldo: quando il fratello voleva svegliarla, le portava la faccia a un soffio dalla guancia e aspettava in silenzio, finché lei non apriva gli occhi per quel fiato caldo prima ancora che lui parlasse. Ma Aldo dormiva nella stanza accanto. Il fianco sinistro del letto era contro il muro. Il destro restava scoperto, offerto al buio della camera.
Oltre quel limite c’era soltanto il vuoto ininterrotto fino alla finestra. Nessuna corrente d’aria. Nessuna lampada. In tutta la casa non era acceso niente.
Vittoria non si mosse. Restò così per un tempo che non seppe misurare, con gli occhi aperti nel buio e il lenzuolo fino al mento. La guancia continuò a essere calda. Non aumentava e non diminuiva. Era esattamente uguale, come una mano tenuta ferma a un dito di distanza.
Le venne in mente che se avesse girato la testa avrebbe visto. Fu un pensiero completo e chiaro. Vittoria capì nello stesso momento che non lo avrebbe fatto.
Non le venne da piangere e non le venne da gridare. Le venne una cosa sola. Nessuno gliel’aveva insegnata.
Si girò dall’altra parte. Lo fece piano, con la lentezza con cui si muove una persona che dorme davvero; appoggiò la guancia destra sul cuscino, in modo che tra la guancia e l’aria ci fosse la stoffa.
Chiuse gli occhi.
Allungò il respiro. Lo rese lungo, regolare e un po’ rumoroso, esattamente come lo faceva Aldo quando dormiva. Lo tenne così anche quando le venne voglia di trattenerlo.
Non chiamò Rosa.
Restò con il respiro finto finché il respiro non diventò vero.
La mattina dopo Vittoria scese la scalinata tenendosi alla balaustra; trovò Rosa in cucina, in piedi, da chissà quanto.
«Buongiorno, signorina Vittoria,» disse Rosa.
«Buongiorno.»
Rosa le mise davanti il pane e il latte. Si asciugò le mani sul grembiule e restò ferma un momento più del necessario, con gli occhi su di lei.
«Ha dormito?» chiese Rosa.
«Sì,» rispose Vittoria.
Rosa annuì una volta e tornò al lavello, non chiese altro.
Fuori dalla finestra della cucina il giardino era già in piena luce. Dalla porta della cucina si vedeva un angolo del pavimento a scacchi dell’ingresso. Sull’angolo c’era un rettangolo chiaro.
Vittoria lo guardò mentre mangiava. Da lì non si vedevano gli altri tre, ma sapeva che c’erano, e sapeva a che distanza.
Sapeva già, più o meno, come sarebbe stata la giornata fino a sera. Andava sempre così.
Capitolo I
L’Ora Chiara
Venticinque anni prima — Vittoria, quarantun anni
L’ultimo tratto di strada correva su un asfalto che Vittoria non aveva dimenticato.
Le curve si presentavano una per una nell’ordine giusto. Il suo corpo le anticipava tutte: il piede che si alzava dall’acceleratore prima del tornante lungo, le mani che si preparavano al dosso all’altezza del casolare abbandonato. Era ancora lì, con la stessa insegna scolorita di un’azienda agricola che aveva chiuso quando lei era bambina. Il dosso arrivò dove doveva arrivare. La macchina si sollevò e ricadde con un sobbalzo breve. Dal sedile di dietro venne un mugolio di sonno, presto coperto dal rumore della strada.
Vittoria aveva lasciato quella campagna a ventitré anni. Alla Quiete c’era tornata, negli anni, per andare a trovare sua madre, mai per restare. Non ci metteva piede da tempo. L’aria che entrava dal finestrino socchiuso aveva l’odore secco e dolciastro dei campi a fine estate. Vittoria lo respirò prima ancora di accorgersene. Il corpo, evidentemente, non aveva ritenuto necessario dimenticare niente.
La luce di settembre entrava dal finestrino, calda e già bassa, di quel giallo denso che nella campagna precede di molto il tramonto e finge di annunciarlo. Cadeva sul cruscotto e sulle mani di Vittoria, fino all’anello che non si era ancora tolta. Il calore sulla pelle era quasi fastidioso; l’oro, scaldato dal sole, le pesava addosso.
Era una luce onesta, che non nascondeva niente; le stava dando esattamente il conforto sbagliato.
«Quanto manca?» chiese Matteo dal sedile davanti.
«Dieci minuti,» rispose Vittoria, senza staccare gli occhi dalla strada.
«Hai detto dieci minuti dieci minuti fa.»
«E adesso sono nove.»
Matteo era il maggiore dei quattro figli di Vittoria, aveva sedici anni; quella domanda l’aveva già fatta più volte da quando erano partiti. Emise quel mezzo sbuffo trattenuto tra il naso e la gola che gli veniva sempre, poi si rimise le cuffie. Ne usciva un fruscio sottile di musica, appena percettibile sopra il rumore del motore.
Il marito di Vittoria si chiamava Filippo; era morto l’estate dell’anno prima, in casa, nella stanza che dava sul cortile.
Da quando era morto suo padre, Matteo trattava la madre con una tolleranza infinita, ed era la cosa peggiore, molto peggiore di un litigio: era la tolleranza che si concede ai fragili. L’aveva vista uscire da quella stanza con la faccia asciutta. Da quel giorno non aveva più alzato la voce con lei nemmeno una volta.
Nello specchietto retrovisore si vedeva il sedile di dietro, con gli altri tre. Dario, undici anni, dormiva contro il finestrino, con la guancia schiacciata sul vetro e la bocca aperta, come faceva ormai in ogni viaggio, in ogni sala d’attesa, in ogni pomeriggio in cui nessuno gli chiedeva niente. Sul vetro, accanto alla sua bocca, il fiato disegnava un piccolo alone che compariva e svaniva. Nel sonno si era portato una mano al petto, sempre nello stesso punto; ci premeva piano con il pollice.
Dall’altra parte, Nora, quattordici anni, teneva il mento appoggiato al palmo e gli occhi fuori dal finestrino. Non parlava dall’ultima area di servizio, dove si era fatta comprare una bottiglia d’acqua che non aveva ancora aperto e che teneva stretta in mano, come si tiene qualcosa che serve a occupare le dita.
In mezzo a loro due, Vera, sette anni, l’ultima, non guardava fuori: guardava sua madre nello specchietto, senza quasi mai sbattere le palpebre. Vittoria sentiva quello sguardo, leggero e fisso.
Oltre il casolare la strada si abbassava per un tratto breve, poi riprendeva a salire fra i campi. Le gomme cambiarono voce sull’asfalto più vecchio, un fruscio più grave, irregolare. Vittoria tenne il volante con tutte e due le mani; la luce sul cruscotto si spostò di un palmo.
Restare nella vecchia casa in periferia, dove aveva costruito il suo matrimonio con Filippo, non aveva più senso. Ogni stanza era stata decisa insieme a lui, e in ogni stanza lui c’era ancora.
Non era per mancanza di denaro che aveva deciso di portare i figli alla Quiete: i Falconieri, la famiglia di Vittoria, avevano soldi da generazioni. Nessuno di loro aveva mai dovuto guadagnarsi da vivere. Vittoria stessa aveva lavorato qualche volta, per noia; aveva sempre smesso senza che accadesse niente.
«Siamo arrivati?» chiese Matteo, sfilandosi una cuffia.
«Quasi,» rispose Vittoria.
Il viale della Quiete si apriva senza cancello.
Non c’era recinzione sul davanti: la strada provinciale, una svolta a sinistra fra due file di alberi. Il viale partiva da lì, ghiaia bianca su terra scura, aperto a chiunque volesse imboccarlo. Nessuno lo aveva mai fatto. Chi abitava in paese sapeva dove andava a finire quel viale e non aveva nessun motivo per percorrerlo.
La ghiaia scricchiolò sotto le ruote con un crepitio fitto che saliva dal fondo della macchina. Fu un suono che Vittoria riconobbe nello stomaco prima che nelle orecchie.
Rallentò senza accorgersene. Sotto gli alberi la luce si spezzava in strisce che scorrevano sul parabrezza e sulle sue mani, una dopo l’altra. Il viale smise di curvare. La casa si mostrò per intero.
Era più chiara di come la ricordava.
Nella sua memoria la Quiete era una casa scura, come certe stanze chiuse d’agosto, con le persiane accostate e la luce ridotta a righe sottili sul pavimento. Invece la pietra della facciata era chiara, di quel grigio-avorio che al tardo pomeriggio si scalda fino a diventare un colore di miele diluito. La luce la prendeva di lato; il muro sembrava restituire calore invece di assorbirlo.
Le ampie finestre dell’ala ovest riflettevano il cielo di settembre, azzurro e senza nuvole. I vetri erano vecchi e non perfettamente piani. Ogni finestra pareva guardare un’ora leggermente diversa dalle altre.
Una persona ragionevole non avrebbe trovato niente di minaccioso in quella facciata: una casa signorile di fine Ottocento, costruita da un uomo che voleva la luce e se l’era presa mettendo vetro dappertutto.
Vittoria non era mai riuscita a spiegare a nessuno perché ne avesse paura; da anni aveva smesso di provare a spiegarlo a sé stessa.
Sulla destra, staccata dall’edificio, si ergeva la torretta: un blocco di pietra a base quadrata, un tetto a punta, una sola finestra in cima. Non serviva a niente e non era mai servita a niente. Da bambina Vittoria aveva creduto che dentro ci fossero delle scale. Da adulta aveva scoperto che non c’era nulla. La torretta era piena, cieca, tirata su per il gusto di tirarla su, con una finestra vera che dava su uno spessore di pietra.
Filippo l’aveva guardata a lungo, quel pomeriggio d’inverno, con le mani in tasca e il fiato che gli saliva in una nuvola breve davanti alla faccia. Era l’unica volta in cui era venuto.
«Undici metri di niente,» aveva detto poi in macchina, sulla strada del ritorno, con il riscaldamento acceso, i vetri appannati e Matteo addormentato nel seggiolino dietro. «Sai quanto costa oggi costruire undici metri di niente?»
Vittoria rise. Lui guidò per un altro tratto in silenzio, poi aggiunse, più piano, con quel tono che gli veniva quando smetteva di scherzare senza avvisare: «Mi piace. Una casa che si permette di sprecare qualcosa è una casa sicura.»
Quel pomeriggio d’inverno era lontano; Filippo era morto da poco più di un anno.
Adesso Vittoria era ferma sul viale della Quiete, con il motore ancora acceso e i quattro figli in macchina. Si accorse di stare contando le finestre del primo piano: l’indice batteva sul volante, una volta per ogni finestra. Era già a metà.
Lo faceva anche da bambina, tutte le estati, dal viale, prima di scendere dalla macchina. Non aveva mai saputo spiegarsi il motivo. Il numero era quello di sempre.
«È tua?» chiese Nora.
«Era di tua nonna,» rispose Vittoria. «Prima di lei era di tuo nonno e prima ancora del padre di tuo nonno.»
«Quindi adesso è tua.»
«Sì.»
Nora annuì una volta sola e tornò a guardare fuori. Era il cenno di suo padre, secco, che chiudeva la questione senza chiedere conferme; Vittoria dovette abbassare gli occhi sul cruscotto e fingere di controllare qualcosa.
«Mamma,» disse Vera. «C’è una signora.»
Vittoria alzò lo sguardo.
Sulla soglia, in cima ai tre gradini d’ingresso, c’era una donna anziana in cardigan grigio. Stava ferma, con le mani intrecciate all’altezza del grembo. Non faceva alcun cenno. Alle sue spalle la porta aperta lasciava intravedere l’ingresso, un rettangolo di ombra fresca.
Era Rosa, la domestica di sua madre.
«Da quanto tempo sta lì?» chiese Vittoria, piano, più a sé stessa che ai figli.
La risposta se la diede da sola: la porta era spalancata alle spalle di Rosa, che poteva essere uscita in qualunque momento. Le restò addosso lo stesso un piccolo freddo.
Vittoria spense il motore. Il metallo continuò a ticchettare ancora un poco mentre si raffreddava. Poi il silenzio della campagna entrò tutto insieme, pieno di insetti e del brusio delle foglie.
Rosa lavorava in quella casa dall’anno in cui Vittoria era nata; non era invecchiata.
Aveva i capelli grigi. Li aveva già grigi da quando Vittoria era ragazza, raccolti nello stesso nodo basso sulla nuca. Sembrava esattamente la stessa: la postura leggermente inclinata in avanti di chi ha passato la vita ad ascoltare persone più basse di sé, le mani ferme, e quel modo di stare sulla soglia senza mai appoggiarsi allo stipite.
Portava un cardigan abbottonato fino in alto in una giornata calda; non dava alcun segno di risentirne.
Vittoria scese e attraversò la ghiaia, che cedeva sotto le scarpe proprio come la ricordava. Si fermò davanti al primo gradino.
«Signorina Vittoria,» disse Rosa.
«Rosa.»
Si guardarono per un secondo più lungo del necessario. Nessuna delle due disse niente.
C’era una cosa che Vittoria avrebbe dovuto dire; sapeva perfettamente quale. Era stata Rosa a trovare sua madre, a chiamare l’ambulanza nel cuore della notte, a restare sola in quella casa con il corpo fino all’arrivo di qualcuno. Ed era stata Rosa a telefonarle poco prima dell’alba e a dirle la cosa peggiore con una voce che non aveva tremato una sola volta. Vittoria ricordava lo squillo nel buio della camera, il pavimento freddo sotto i piedi nudi, quelle poche parole dette senza una pausa.
Erano mesi che Vittoria pensava a come ringraziarla. Adesso era lì, sul primo gradino, con il sole basso negli occhi; la frase non veniva fuori.
«Ha fatto buon viaggio?» chiese Rosa.
«Sì.» Vittoria spostò il peso sull’altro piede.
«Bene.»
Fu Rosa a chiudere la faccenda. Scese i gradini e andò dritta verso la macchina, dal lato dei bambini.
Rosa non li aveva mai visti: non era mai uscita dalla Quiete per andare a conoscerli. Eppure aprì lo sportello e si scostò per farli scendere con la disinvoltura di chi lo fa da anni. Non ci fu niente, nel modo in cui li accolse, che lasciasse capire che li stava vedendo per la prima volta.
«Questo dorme,» disse Rosa, guardando Dario.
«Dorme sempre,» rispose Vittoria.
«Meglio così,» osservò Rosa. «Meglio arrivare dormendo che arrivare stanchi.»
Vittoria non riuscì a decidere se fosse un modo di dire del paese o una frase che Rosa aveva appena inventato.
I ragazzi scesero uno dopo l’altro.
Matteo uscì per primo, tutto storto; si stiracchiò fino a farsi scricchiolare le spalle. Disse «salve» con la voce impostata che tirava fuori con gli adulti nuovi, già pronto a piacere.
Dario si svegliò con il rumore degli sportelli, si guardò intorno per qualche secondo, disse «è grande» a nessuno in particolare e intanto si strofinava il petto con il palmo.
Nora passò con lo zaino già in spalla e disse «buonasera» a Rosa senza guardarla. Rosa le rispose allo stesso modo, con una cortesia esatta e priva di calore. Nora si voltò a guardarla proprio per quello.
Vera invece si fermò. Si piantò davanti a Rosa, alzò la testa e la guardò dritta in faccia.
«Tu abiti qui?» chiese Vera.
«Sì.»
«Da quanto?»
«Da tanto,» rispose Rosa.
«Quanto tanto?»
Rosa sorrise. Fu il primo sorriso vero, quello che le arrivò fino agli occhi.
«Andiamo dentro, che si fa buio,» affermò.
Non si faceva buio. Erano le cinque e venti di un pomeriggio di settembre, il sole stava ancora sopra gli alberi e mancavano ore al tramonto.
Vera alzò la faccia verso il cielo e lo studiò per un momento, con la testa piegata di lato. Poi si voltò verso Rosa e non insistette.
L’ingresso della Quiete era imponente.
Era stata la definizione di Filippo, l’unico pomeriggio in cui era stato ricevuto lì dentro, con il tè servito su un vassoio d’argento, il vapore che saliva dritto nella luce, una conversazione con Elena che era andata benissimo ed era finita comunque troppo presto.
«Una stanza inutilmente grande,» aveva detto poi in macchina, ridendo, «che serve solo a farti capire che tutto il resto sarà più grande ancora.»
Filippo aveva ragione. Vittoria se ne accorse di nuovo appena varcata la porta: un cubo di pietra chiara alto quanto due piani, con un pavimento a scacchi in due grigi diversi, consumato al centro da un secolo di passi.
Una scalinata maestosa partiva dal centro della stanza e saliva dritta fino alla parete di fondo, dove il pianerottolo la accoglieva come un respiro prima di dividersi in due bracci simmetrici, che risalivano ancora, uno a destra e uno a sinistra, fino al primo piano. Era tutta in legno di mogano, dal primo gradino alla balaustra, di un colore caldo e scuro che il tempo aveva reso quasi rosso; dove i passi di un secolo lo avevano lucidato, il legno rimandava la luce come acqua ferma. Non c’era altro, se non un tavolino basso appoggiato alla parete di sinistra.
La luce veniva da più parti. Due finestre fiancheggiavano la porta d’ingresso, a ovest. A est la scalinata saliva tra altre due finestre ampie, una per lato; sopra di esse, esattamente al centro, un finestrone rotondo si apriva all’altezza del pianerottolo: un occhio di vetro sospeso sopra i primi gradini, che di giorno versava la luce dritta sui bracci della scala.
Sul pavimento a scacchi quella luce disegnava quattro rettangoli chiari, storti, con i bordi netti. Vittoria se n’era dimenticata; li riconobbe subito. Nessuno dei quattro toccava gli altri; per quanto il sole si abbassasse non si univano mai.
Erano sempre stati quattro, anche quando lei era bambina.
Da adulta, per la prima volta, provò a contarne l’origine: due finestre a ovest, due a est, il finestrone rotondo sul pianerottolo. Cinque aperture, non quattro. Eppure i rettangoli restavano quattro, sempre gli stessi quattro. Nessuno di loro corrispondeva al cerchio del finestrone, che sul pavimento non lasciava traccia.
Vittoria smise di contare. C’erano cose, in quella casa, che aveva imparato a non seguire fino in fondo.
I ragazzi si sparpagliarono subito, senza chiedere il permesso a nessuno.
Matteo salì qualche gradino, si affacciò oltre la balaustra e gridò una parola. La voce gli tornò indietro con mezzo secondo di ritardo. Rise; la ripeté per sentirla di nuovo.
Nora attraversò l’ingresso ed entrò nella libreria, senza chiedere dove portasse quella porta, come se lo sapesse già. Vera rimase attaccata alla gamba di sua madre, con la fronte contro la gonna, poi si staccò tutta in una volta.
Dario si appoggiò allo stipite e disse, senza rivolgersi a nessuno in particolare: «Non c’è odore.»
«Cosa?» chiese Vittoria.
«Le case vecchie hanno odore. Questa no.»
«Il signor Dario ha ragione,» disse Rosa, che era entrata per ultima e stava chiudendo la porta con due mani, senza fretta, accompagnando il battente fino allo scatto. «Si arieggia tutti i giorni. Tutte le stanze, tutti i giorni, anche quelle chiuse.»
«Anche quando non c’era nessuno?» chiese Dario.
«Non c’è mai stato nessuno,» rispose Rosa. Poi, come se si fosse accorta di quanto suonasse male: «Voglio dire, dopo la signora Elena. Anche se non ci dorme nessuno, le stanze vanno fatte respirare.»
Vittoria non rispose.
Era al centro dell’ingresso, dentro il secondo dei quattro rettangoli di luce, e stava aspettando che le arrivasse qualcosa: un colpo, una fitta, il pianto che tutti sembravano aspettarsi da lei da più di un anno e che non era mai arrivato in pubblico neanche una volta.
Sette mesi dopo Filippo, a febbraio, era morta anche Elena, la madre di Vittoria.
Nel cassetto della scrivania aveva lasciato una busta con le istruzioni per il funerale, scritte a mano, con una grafia dritta che premeva sulla carta fino a segnare il foglio sotto, in un elenco così breve da entrare in mezza facciata. L’ultima riga diceva: niente discorsi.
Alla Quiete i nipoti non erano mai entrati. Elena lo aveva deciso una volta sola, senza motivare la decisione. Per vedere i nipoti prendeva il treno e poi il taxi dalla stazione. Arrivava con il cappotto ancora freddo dell’aria di fuori. Vittoria non le aveva mai chiesto il perché di quel divieto.
Vittoria e sua madre si erano parlate poco e si erano volute bene moltissimo. Si telefonavano la domenica sera; in tutti quegli anni non ne era saltata una. Vittoria ricordava il clic della cornetta sollevata prima che lo squillo finisse, il respiro calmo di Elena, la sua voce bassa che non cercava di riempire i silenzi. Elena non chiedeva quasi mai niente e sapeva già quasi tutto. Quando Filippo si era ammalato era stata l’unica persona al mondo a non domandarle come stesse.
Era tornata nella casa in cui era nata dopo aver seppellito suo marito e sua madre nello spazio di sette mesi; stava aspettando la reazione appropriata con lo stesso atteggiamento con cui si aspetta un treno annunciato dagli altoparlanti.
Non arrivò niente. L’ingresso restò com’era: la scalinata di mogano, il pavimento a scacchi, il silenzio che saliva fino al soffitto, alto due piani. In alto, davanti al primo gradino, il lampadario pendeva spento e immobile.
Arrivò invece, dalla libreria, la voce di Nora.
«Mamma. Ci sono più libri che in una biblioteca vera.»
Rosa aveva preparato le stanze: quelle dei quattro ragazzi, quella di Vittoria, e un’altra di cui nessuno aveva parlato, aperta e arieggiata, con le lenzuola tirate e un asciugamano piegato ai piedi del letto.
«Ho preparato le stanze dei ragazzi,» disse Rosa, salendo davanti a loro con una mano sul corrimano e l’altra a raccogliere la gonna sul gradino. «I ragazzi stanno vicini. Se poi vogliono cambiare, si cambia. E ho tenuto pronta anche quella degli ospiti, come sempre.»
«Non c’era bisogno,» obiettò Vittoria. «Non aspettiamo ospiti.»
«Si tiene aperta lo stesso,» disse Rosa e continuò a salire.
Vittoria rimase indietro di due gradini. Guardò la nuca di Rosa, il nodo grigio dei capelli, le spalle strette sotto la lana del cardigan. Qualunque cosa avesse detto sarebbe suonata come un interrogatorio, così non disse niente.
Salendo, il finestrone rotondo era ormai alla loro altezza. La luce che ne usciva cadeva dritta sui gradini, tagliando in due il legno di mogano, che restava freddo sotto le scarpe nonostante il sole.
In cima, il pianerottolo della scalinata si divideva in due bracci opposti e identici, cinque gradini per lato, che immettevano in due corridoi paralleli, ricongiunti a ovest, dalla parte della facciata, come un ferro di cavallo. Le camere stavano tutte su un solo lato e prendevano la luce dalle finestre sul giardino; l’altro lato restava cieco.
Rosa salì i cinque gradini di destra.
In cima, un breve passaggio conduceva alla scala di servizio a chiocciola della torretta sud-est. Rosa non gli diede peso; girò subito nel corridoio.
Le porte correvano tutte sulla sinistra. Prima quella di Nora, poi quella del bagno. All’angolo, dove il corridoio girava verso nord, c’era la stanza degli ospiti.
Vittoria guardò Vera, che le teneva la mano con tutte e due le sue, come fanno i bambini troppo stanchi; le sfilò lo zainetto dalla schiena senza chiederglielo.
«Mamma,» disse Vera. «La signora Rosa ha detto che si faceva buio.»
«Sì.»
«Ma non era vero.»
«No,» ammise Vittoria. «Non era vero.»
Vera annuì come se avesse avuto bisogno soltanto di quella conferma; continuò a camminare.
Dopo l’angolo il corridoio proseguiva verso nord, con la porta di Dario sulla sinistra. Si apriva infine nel salottino, con la sua finestra sul giardino a ovest: il piccolo ambiente di passaggio che restituiva luce al corridoio.
Nora si fermò sulla soglia.
«Mamma. C’è uno specchio.»
Lo specchio era appeso alla parete del salottino che stava di fronte alla finestra sul giardino. La restituiva per intera, luce compresa.
Era un pezzo di valore; fu la prima cosa che Vittoria avrebbe preferito non notare. Era stretto e alto poco più di una persona.
La cornice — legno intagliato e coperto di foglia d’oro, con l’oro consumato agli angoli, dove veniva fuori il rosso della base — era troppo preziosa per una stanza di passaggio.
Il vetro era vecchio e sottile. Aveva qualche macchia scura in basso, dove l’argento si era rovinato; per il resto rifletteva bene, senza deformare niente.
Nora era davanti, a un paio di passi, con lo zaino ancora sulle spalle.
«Perché è qui?» chiese Nora.
«Che vuol dire perché è qui,» rispose Vittoria.
«È l’unica cosa bella in questa stanza. Non c’è un mobile che le somigli, non c’è niente che la spieghi.» Nora indicò con il mento. «Chi appende uno specchio così in una stanza che si attraversa e basta?»
«Tutti,» rispose Vittoria. «Passando.»
«Passando non ti guardi,» rispose Nora.
Vittoria stava per darle una risposta ragionevole. In una casa di quell’età gli specchi restano dove li ha appesi qualcuno un secolo prima. Nessuno ha mai avuto un buon motivo per spostarli.
Si accorse di essersi fermata anche lei, a un passo dal vetro, con le braccia lungo i fianchi e il peso su tutti e due i piedi.
Nel riflesso c’erano loro due, una ragazza di quattordici anni e una donna di quarantuno; la seconda era leggermente più sfocata perché più lontana. Dietro di loro si vedeva il salottino, le poltrone rivolte verso il giardino, inondate dalla luce del tardo pomeriggio.
Vittoria guardò il proprio riflesso.
Vide una donna stanca e nient’altro: i capelli raccolti male dopo tre ore di macchina, la maglia stropicciata sul fianco destro dalla cintura di sicurezza, e quella cosa intorno agli occhi che le era comparsa nell’autunno dell’anno prima e non se n’era più andata.
Niente era fuori posto: nessuna ombra si muoveva dove non doveva; in fondo alla stanza non c’era alcuna figura; tra i suoi gesti e quelli dell’immagine non passava un ritardo.
Vittoria stava guardando da un po’.
Non aveva visto niente. Non riusciva a stabilire quanto fosse durato quel niente.
Cinque secondi, o venti: nella sua testa i due tempi si somigliavano. Nora era ancora lì accanto, immobile; non era una ragazza capace di restare ferma venti secondi davanti a uno specchio.
Vittoria abbassò gli occhi.
Non li chiuse. Li abbassò sul pavimento, sulle punte delle scarpe; lo fece senza deciderlo.
Quando se ne accorse era già finito. Stava fissando le scarpe e non sapeva perché.
Aveva il cuore accelerato.
«Mamma?» chiese Nora.
«Niente,» rispose Vittoria, scuotendo la testa. «Stanchezza. Sono le tre ore di macchina.»
Nora la guardò per un attimo di troppo, poi si aggiustò lo zaino sulla spalla e andò avanti.
Vittoria la seguì. Il viaggio l’aveva stancata. Non mangiava dalla mattina. Da quasi un anno dormiva meno di cinque ore per notte e si svegliava prima dell’alba con il cuore in gola. Erano tre spiegazioni; ce n’erano sempre delle altre.
Alle sue spalle il salottino restò vuoto e chiaro, avvolto dalla luce del sole.
Proseguirono lungo il corridoio: la camera di Vera era sulla sinistra e subito dopo, all’angolo, quella di Elena. Lì il corridoio girava a destra, verso est.
Nel corridoio nord, la prima porta dopo l’angolo era quella di Matteo. Più avanti, poco prima che il corridoio tornasse ad affacciarsi sulla scalinata, c’era la camera d’angolo di Vittoria.
Mangiarono in cucina, l’unica stanza della Quiete costruita a misura d’uomo: quadrata, con il soffitto a volta e le pareti imbiancate di fresco. Il tavolo di legno, in tutta la sua esistenza, era stato occupato per intero forse tre volte. Sopra il camino spento c’erano ancora i rami di alloro secco che Elena faceva appendere in autunno.
Rosa aveva cucinato per sei senza che nessuno glielo avesse chiesto: minestra, arrosto, patate e una torta di mele che aveva l’aria di essere stata fatta al mattino.
«Rosa, come facevi a sapere a che ora arrivavamo?» chiese Vittoria.
«Non lo sapevo.»
«E la torta?»
«La torta si fa lo stesso,» rispose Rosa.
Matteo parlò per tutta la cena. Vittoria lo osservò con un misto di gratitudine e di stupore. Suo figlio, che dalla morte del padre comunicava per monosillabi e per porte chiuse, in quella cucina non smise più di parlare: la casa nuova, il segnale che non prendeva, la torretta in giardino, di cui voleva sapere a cosa servisse.
Fece a Rosa una domanda dopo l’altra. Rosa rispose a tutte in modo breve e preciso; ogni risposta serviva a Matteo per farne una nuova. Quando le chiese quanti anni avesse la casa, Rosa disse «centoventinove» senza pensarci, come si dice la propria data di nascita.
Dario finì tutto quello che aveva nel piatto, più metà della porzione di Vera. A un certo punto smise di masticare, si toccò il petto; riprese a mangiare senza dire niente.
Nora rispose a monosillabi, ma restò a tavola fino alla fine. Poi disse: «Il corridoio di sopra fa un rumore.»
«Il terzo asse dalla porta,» rispose Rosa. «Si è sempre mosso.»
Nora disse «ah» e non aggiunse altro, ma per il resto della sera guardò Rosa ogni tanto, di sbieco, con l’aria di chi ha sentito qualcuno rispondere troppo in fretta a una domanda che non gli era ancora stata fatta. Rosa non ricambiò mai lo sguardo, come se non le servisse guardare per sapere di essere guardata.
Rosa mangiò con loro, seduta all’estremità del tavolo. Una sola volta aveva detto «non è il mio posto». Vittoria le aveva risposto che adesso lo era.
I ragazzi salirono presto, sfiancati dal viaggio.
Vittoria rimase in cucina da sola.
Rosa aveva sparecchiato e se n’era ritirata nelle stanze di servizio. Nella cucina il silenzio era così pieno che si sentiva il ronzio del frigorifero. Sul ripiano c’era ancora la teglia della torta con due fette dentro; nell’aria restava l’odore di mela cotta.
Vittoria si sedette e appoggiò le mani sul tavolo.
Nella casa di prima, quella in periferia, il tavolo della cucina era più piccolo e più chiaro. Le sere in cui Vittoria si sedeva lì con la faccia stanca e il lavandino che gocciolava alle sue spalle, Filippo non le chiedeva mai cosa avesse.
Si sedeva accanto a lei, tanto vicino che la manica sfiorava la sua. Apriva una mano sul tavolo con il palmo in su e aspettava.
Certe volte Vittoria ci metteva la sua: la mano di lui, asciutta e calda, non si chiudeva. Certe volte no. Lui restava lì per lo stesso tempo, senza sospirare, senza muovere la mano, senza farle pesare l’attesa.
Non le aveva mai chiesto di spiegare quello che lei non sapeva spiegare. Le aveva soltanto tenuto compagnia mentre stava zitta.
Era andata avanti così per diciotto anni.
Nelle ultime settimane di Filippo, nella vecchia stanza sul cortile, c’era un odore di panni lavati troppe volte. Filippo non parlava quasi più. Teneva la mano aperta sul lenzuolo, il palmo in su, sempre dalla stessa parte del letto.
Fu allora che Vittoria capì, seduta accanto a lui con il respiro regolare della bombola d’ossigeno, che in diciotto anni quel gesto non era mai stato una domanda. Era un’offerta.
Era sempre stata un’offerta, ogni sera. Lei aveva passato metà di quelle sere a non prenderla.
Gliel’aveva presa. L’aveva tenuta per quattro giorni, alternandosi con i figli, sentendo le dita di lui farsi sempre più leggere; la mattina del quinto lui non c’era più.
Le avevano detto tutti, ognuno con parole leggermente diverse, che il primo anno è il più difficile. Nessuno le aveva spiegato cosa si fa del secondo.
Il ronzio del frigorifero tornò prima di ogni altra cosa.
Intorno a Vittoria c’era di nuovo la cucina della Quiete, il tavolo lungo, la teglia sul ripiano. Si accorse di avere una mano aperta davanti a sé, con il palmo rivolto in su; la ritirò.
Più tardi fece il giro del corridoio, stanza per stanza, come faceva nella vecchia casa.
Trovò Nora seduta sul letto con il telefono in mano e la valigia aperta sul pavimento, ancora piena, ancora ordinata, come se disfarla fosse una decisione che non intendeva prendere quella notte.
Arrivata all’angolo del corridoio, poco dopo la camera degli ospiti, vide Dario già addormentato con la luce accesa e un libro aperto sul petto.
Più avanti, superato il salottino, Vera era sveglia e guardava il soffitto.
«Non hai sonno?» chiese Vittoria.
«Sì,» rispose Vera.
«E allora dormi.»
Vera si voltò sul cuscino e la guardò. Aveva gli occhi scuri di suo padre.
«Se chiudo gli occhi va bene lo stesso?» chiese la bambina.
Vittoria si sedette sul bordo del letto. «Va bene lo stesso cosa?»
«Va bene lo stesso,» ripeté Vera, con la pazienza di chi ha già spiegato tutto.
Chiuse gli occhi da sola e li tenne chiusi.
Vittoria restò seduta. Le sistemò il lenzuolo sulla spalla, le posò una mano sulla fronte e la tenne lì finché il respiro non si fece lungo e regolare. Vera non riaprì gli occhi nemmeno una volta.
«Buonanotte,» disse Vittoria.
«Buonanotte.»
Vittoria uscì e accostò la porta senza far rumore. Nel corridoio si fermò con la mano ancora sulla maniglia.
Nessuno aveva insegnato a Vera quella domanda. Era strana; a Vittoria suonava familiare.
Rimase così qualche secondo, poi lasciò perdere. Passò oltre l’angolo della camera di Elena e proseguì verso est, nel corridoio nord.
Trovò Matteo con le cuffie, che le fece un cenno con la mano senza togliersele.
Scese quindi a spegnere le luci della casa.
Le spense una per una, partendo dalla cucina e finendo dall’ingresso. Era l’ordine in cui le spegneva sua madre; se ne accorse soltanto quando ebbe la mano sull’ultimo interruttore.
Tornata di sopra, fece l’ultimo giro del corridoio: partì di nuovo dal corridoio sud e concluse con quello a nord. Controllò le quattro porte accostate dei figli. Dietro ognuna si sentiva respirare qualcuno che dormiva.
Entrò nella sua stanza, si mise a letto e spense la lampada. Alla Quiete, quella prima notte, dormivano tutti.
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